Il lettore “alternativo”

Qualche tempo fa, con l’arrivo dei primi lettori MP3, dell’iPod in particolare storsi il naso, parecchio. Memore di un periodo in cui la musica la si ascoltava solo dal “Thorens” dalla fisicità consolidata e comodi in poltrona alla moda del pensionato, non mi garbava affatto questa sorta di popolarizzazione estrema del messaggio. La portabilità dal gusto poco “professionale” mi infastidiva.

L’idea era quella del dilettantismo diffuso, tutti ascoltavano tutto (odore di spocchia) in qualsiasi posto, decontestualizzando il grado artistico dei molti generi musicali. Mozart in metro, Davis al centro commerciale, i miti della West Coast tra le vie del centro davanti ad uno store di Dolce & Gabbana. Come a voler sottolineare che il “vero intenditore” se la tira un po’ se vogliamo, se ne sta da solo, o a gruppi di pochissimi intimi, seduto in poltrona, con la pipa in bocca e il mezzo bicchiere di Cognac sul tavolino portando allo stato di feticismo album musicali e mezzi con cui fruirne, una bestia rara. Ad essere sincero, questa immagine ce l’ho dentro, sono cresciuto con questa figura stereotipata dell’appassionato di musica, probabilmente cadendo in fallo. Ma anche no.

Bill Evans al Bennet tra le vetrine di Carpisa e Casanova? John Cale mentre si fa il biglietto per il derby milanese?

No, non è questo il metodo, il parametro. Anzi non c’è nessun metodo e nessun parametro, e nessuno da valutare in base a cosa ascolta mentre fa cosa. Tutti continueranno ad ascoltare ciò che più gli aggrada, da Lady Gaga alle sinfonie di Boccherini, dalle architetture di Coltrane a David Guetta, nel posto in cui piace loro farlo e nel momento a loro più consono. Non cambia nulla, iPod o no, mania del melomane impegnato o meno.

Arrivo al dunque. L’iPhone, col suo lettore integrato, suona bene. E non solo in cuffia, ma anche quando collegato ad un impianto stereo dalle buone caratteristiche sonore con un semplicissimo cavo Belkin sfrutta la sua sezione D/A per riversare in un preampificatore il flusso analogico a me tanto caro. Non siamo ovviamente a livelli di macchine di svariate migliaia di euro, ma per un ascoltatore medio quale mi ritengo fa assolutamente il suo dovere in modo più che dignitoso. Oltre ad essere in grado di eseguire egregiamente decine di altri compiti lontanissimi dalla cultura musicale. Aspetto quest’ultimo da non sottovalutare, ciò che di primo acchito potrebbe sembrare un prezzo di acquisto proibitivo e riservato a pochi, si rivela dopo un attenta valutazione una cifra tutto sommato adeguata a quanto offre l’oggetto se messo nelle condizioni di “esprimersi” al meglio.

Il feel inoltre è molto buono, lo sfogliare gli album “virtuali” sul piccolo schermo touch non ha sicuramente l’impatto che può avere il prenderli in mano uno per uno dalla propria discoteca, ma mi piace, i pezzi partono passandogli sopra un dito, quasi accarezzandoli (riviene fuori l’idea feticista). Lontano anni luce dall’odore delle copertine degli album citate nel post precedente (un pò di sana autoreferenziazione), distaccato e freddo in qualche misura, ma comodo e pratico come non avrei mai immaginato.

Lo ritengo una buona idea, schiavitù del marchio a parte, e lungi da me il pensiero di essere “i più fichi” perché si possiedono oggetti con la mela morsicata, dietro.

Un difetto? L’acquistare musica in questo modo può prendere la mano, per uno come me potrebbe essere la slot machine ante litteram.

Erano anni…

… che non andavo più in città per comprar dischi. In passato era proprio un delizioso evento, il sabato mattina con i pochi risparmi in tasca “passeggiar per le vie del centro”.

Ma più in là ancora, indietro nel tempo, quand’ero militare a Gorizia e tornavo per i due giorni di licenza quindicinali in quanto cuoco. Lassù non spendevo nemmeno una lira, una vita a momenti quasi di clausura, morigeratissima, monacale, mi concedevo giusto il caffè dopo pranzo, niente alcool, niente fumo (in tutti i sensi, si sa com’è da militare) e stop. La miserissima diaria la mettevo da parte per la discoteca, per il mio ripiano in multistrato nella mia cameretta. Il tavolaccio in legno finto che faceva da “portadischi”, c’erano ancora e solo i vinile.

Il sabato di licenza però la diaria la pestavo via tutta: rock, blues, i primi approcci al jazz. C’era allora un negoziato in via Moretto, Salmoiraghi, gestito due signore anzianissime a cui così a occhio non gli davi un bottone.

Entravi in quel negozio odorante di copertine e vinile, gli chiedevi il bootleg di Frank Zappa registrato nella tal cantina e in men che non si dica te lo piazzavano sul bancone. Due meraviglie di donne, le adoravo, tanto quanto loro adoravano me che col piccolo gruzzoletto facevo loro la visita quantomeno mensile.

Oggi ci ho riprovato. Cambiata epoca, cambiato il supporto (ormai vicino alla pensione anch’esso con l’arrivo della musica “liquida”), ma la passione sembra essere ancora quella, se non alla scoperta… alla riscoperta. Ora è tutto scintillante, Brescia è quasi impraticabile, un traffico a dir poco allucinante, il parcheggio te lo trova un povero cristo di extracomunitario che si è sostituito alla macchinetta che rilascia il tagliando del parcheggio (questa mi era nuova).

“Vai capo” mi dice, dai qualcosa a me che qui stai tranquillo, mi ha ricordato che è Natale e ha insistito col fatto di lasciar lì l’auto senza pericolo di multa… o altro… sarà.

Al vecchio Salmoiraghi è subentrata la sgargiantissima Feltrinelli, molto più luminosa e concettuale, ma senza ombra di dubbio meno dotata, parlando di musica. Alla fine ho fatto i miei acquisti, scegliendo con calma e con Serena dietro a ricordarmi del caldo tropicale del secondo piano.

Tutte super offerte ovviamente, ma di discreta qualità, che stasera mi terranno sicuramente compagnia.

Papi, esiste davvero Santa Lucia?

Sono stato ispirato da un articolo di Andrea Beggi, in cui parla di certe emozioni paterne, rispetto a certi momenti, a certe intimità, che nascono tra noi e i nostri figli.

Lui racconta della notte di Natale, io vi racconto da bresciano, di Santa Lucia.

Si dice infatti che la notte del 13 dicembre la santa dei bambini, buoni, passi casa per casa col suo asinello per lasciare a ciascun piccolino i giochi che ha richiesto con la sua letterina. I bimbi devono essere ovviamente a letto, non la devono assolutamente vedere, lei potrebbe infatti buttar loro la cenere negli occhi e scappare via senza lasciar nessun dono. Qualcuno prepara del fieno per il suo asinello accanto alla porta o sotto la finestra.

Da qualche anno ormai, mia moglie ed io, eravamo fedeli alla procedura. Aspettavamo che la piccola si addormentasse e partivano i preparativi: stradina di caramelle dai piedi del letto al salotto (gli anni portavano le variazioni sulle curve i rettilinei ecc.), fino ad arrivare alla stanza del malloppo, lì si trovava il vero “core” del giorno di Santa Lucia, più qualcosina, qualche piccola golosità sul tavolo della cucina.

Era una sera quella di Santa Lucia, che ci portava indietro nel tempo, a quando i nostri genitori a loro volta, si inventavano (forse con meno mezzi e con più fantasia) lo stesso copione, per portare felicità e sorpresa nei nostri occhi nella giornata che per noi bimbi era la più speciale dell’anno. Si cominciava a sentire un paio di settimane prima il campanellino suonare giù in cortile o nella strada del paese, nonni o vicini collaboravano vivamente all’evento, tirando fuori dall’armadio ai primi di dicembre il sonoro richiamo che preparava a quella notte.

Ci raccontavano infatti che fosse lei a suonare quel campanello, lei in giro per verificare che tutto procedesse bene, che le promesse e gli impegni dei piccoli fossero onorati e ottemperati. In caso contrario il risultato potrebbe essere stato nefando e Santa Lucia non avrebbe lasciato nessun dono al piccolo ribelle, ma solo dei pezzi di carbone.

Finché venne un giorno…

Una domenica sera, Serena aveva ormai 8/9 anni, una di quelle domeniche che si tornava dalla città verso ora di cena dopo la gita pomeridiana. Ci fermammo alla Niga, ristorante noto nella bassa, per deliziarci con qualche specialità bresciana. Era ormai qualche giorno che la piccola girava intorno alla faccenda: “papi ma Santa Lucia esiste davvero? Mamma, ma come fa Santa Lucia a girare per tutte le case in una notte con l’asinello? Perché le mie amiche mi hanno detto che Santa Lucia siete voi?” Era ormai chiaro che la foglia fosse stata mangiata.

L’età c’era, la scoperta mediamente viene fatta da quelle parti lì, terza/quarta elementare, anche confrontandosi coi coetanei ogni giorno a scuola. Mia moglie ed io ci guardammo e decidemmo con un paio di sguardi di svelare il segreto. Serena stava mangiando con gran gusto un bel piatto di casoncelli bresciani e noi confessammo. Ricordo della sua delusione, nonostante fosse ormai quasi certa del giocoso e magico “inganno” cominciò a singhiozzare, e mangiava… e lacrimava e mangiava povera stellina. Come dire “buoni i casoncelli però era meglio se Santa Lucia esistesse sul serio”. Come un passaggio epocale, dal gioco, dal mistero che tutti i bimbi cercano nel proprio cuore e in quello di chi gli sta accanto… alla cruda realtà di noi temerari e pragmatici adulti.

La delusione fu di tutti e tre, ci ragionammo sopra, convenendo alla fine che lei questo piccolo mistero, lo poteva portare con se fin che volesse, incurante di ciò che avrebbero pensato compagni e amici più grandi. Per lei Santa Lucia sarebbe tornata, ancora, ogni 13 dicembre.

Arturo Benedetti Michelangeli

Essere un pianista e un musicista non è una professione. È una filosofia, uno stile di vita che non può basarsi né sulle buone intenzioni né sul talento naturale. Bisogna avere prima di tutto uno spirito di sacrificio inimmaginabile

Tiziano Terzani

Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte.
Per questo viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé.

Sal Paradise

Ragazzi e ragazze hanno rapporti così tristi in America; snobismo vuole che cedano immediatamente al sesso senza adeguate parole preliminari. Non parole di corteggiamento, ma sincera apertura dell’anima, perché la vita è sacra e ogni momento prezioso.

Nathan Zuckerman

Mentre il pubblico rientrava nella sala cominciai, caricaturalmente, a immaginare il morbo fatale che, senza che nessuno lo riconoscesse, era all’opera dentro di noi, dentro ciascuno di noi: a vedere i vasi sanguigni che si occludevano sotto i berretti da baseball, i tumori maligni che crescevano sotto i capelli bianchi con la permanente, gli organi che cedevano, si atrofizzavano, smettevano di funzionare, le centinaia di miliardi di cellule assassine che spingevano di nascosto tutto il pubblico verso l’inverosimile disastro che lo aspettava.

Non riuscivo a trattenermi. Quella fantastica decimazione che è la morte viene a spazzarci via tutti. Orchestra, pubblico, direttore, tecnici, rondini, scriccioli… Pensate alle cifre per la sola Tanglewood tra il momento attuale e l’anno 4000. Poi moltiplicate questo numero per un altro numero infinito.

L’incessante estinzione. Che idea! Quale maniaco l’ha concepita? Eppure, che bella giornata è oggi, un dono del cielo, un giorno ideale cui non manca nulla in un luogo di villeggiatura del Massachusetts che è già di per sé il più innocuo e più bello della terra.

Costine coi funghi

Dopo mesi di inattività mi ripresento sulla pagina admin del mio caro e dimenticato kerobe.com. Lo faccio per l’evento particolare che mi vede protagonista in cucina, a ricordare una ricetta che rendeva “popolare” la mia mamma tra le mura domestiche e rinverdire i fasti di una stagione che, mancando lei, ci ha portato via il “nostro” piatto tradizionale dell’ autunno.

Il babbo fungaiolo incallito e attore di prim’ordine sulla scena micologica verolavecchiese, lei un vero asso davanti a pignatte e fornelli. Loro due davano luogo ad un connubio di skill (come si dice adesso riempiendosi i polmoni di aria) e ad un lavoro in team dal risultato certo. Un succulento e gustosisismo piatto che ci riuniva tutti intorno al loro tavolo, grandi e piccoli in convivialità.

Venerdì il babbo ne ha raccolto qualche chilo, di “Ciodèi de Roéda“, come li chiamiamo da queste parti, si è proposto a me, che con grande onore e non nascondendo qualche perplessità ho accettato di buon grado la sfida di una ricetta  mai presa in considerazione. Ho sempre considerato quel piatto inviolabile, di sola proprietà della mamma.

Mi sono procurato allora delle belle costine di maiale (non in un centro commerciale) affrontando di petto la situazione, che di primo acchito reputavo ostile ed inavvicinabile.

Ed invece ecco lì nella foto, l’ottimo risultato. E’ stato tutto facile, il piatto è venuto veramente bene, al limite della perfezione: carne cotta bene e tenerissima, funghi gustosi e un intingolo da far arrossire la polenta che gli si presenta accanto. L’esecuzione ha proceduto senza dubbio alcuno, tutto in modo quasi automatico, come se andassi a memoria, solo una breve riflessione iniziale per tracciare appunto i passi fondamentali della ricetta e via! Tutti a tavola!

RICETTA

Tostare le costine in una grande casseruola con olio, mezzo scalogno, sale pepe ed una paio di pizzichi di sale aromatizzato. Appena colorita la carne sfumarla con un mezzo bicchiere di vino bianco e stufare per mezz’oretta con aggiunta di brodo vegetale fino a che le costine appaiono morbide ed a buon punto di cottura. Aggiungere un paio di cucchiai di passata di pomodoro e lasciare andare ancora per qualche minuto.

Aggiungere poi i funghi chiodini precedentemente puliti ed un mestolo colmo di brodo vegetale lasciando andare il tutto per 40/45 minuti a fuoco lento con pentola coperta, aggiungendo altro brodo al bisogno. Assaggiare di sale durante la cottura e controllare che il sugo acquisti la dovuta densità, èl tachì, il tocco giusto di “invitante appiccicoso” che rende gustoso il sugo di funghi e costine. Verso la fine una manciata di prezzemolo fresco.

La cosa giusta sarebbe cucinare tutto il giorno prima (cosa che ho fatto) e riscaldare appena prima del pasto per 10/15 minuti. Verso l’ora di pranzo rimane perciò solo la preparazione di una buona polentina, che si accompagna in modo sublime all’umido di funghi e costine..

Per la gioia dei commensali e per un bellissimo ricordo della mia mamma.

Facebook e i nativi digitali

Segnalo questa riflessione in merito al tema “nativi digitali”, la generazione nata con la tecnologia tra le mani. Per loro i social network, il web 2.0, il peer to peer ed altre chicche per i più impallinati del web sono, dovrebbero essere, il pane quotidiano, un pò come per noi lo sono stati il mangiacassette e guardie e ladri.

Angelo Nembrini, 1973

Nota di edizione a il “lavoro”

1. L’uomo per vivere deve lavorare, ma il sistema di lavoro in cui l’uomo è costretto non è una “vita”.

Ci può essere una industria diversa, ci possono essere macchine diverse, ci può essere un lavoro diverso?

Ci può essere un lavoro che non sia solo “questo lavoro” ma anche una “vita”?

Cosa vuol dire che in ufficio o in fabbrica si va solo a lavorare? Perchè non si può andare in una fabbrica dove si possa anche vivere?

Quando poi si è fuori dal luogo di lavoro, quando si è a casa, le cadenze e i ritmi della produzione, le gerarchie di ufficio, il salario, le malattie professionali e il carrierismo lasciano vivere?

Il lavoro, questo lavoro della società industriale capitalista, ha invaso la vita di ogni uomo e, prima di ogni altro, di chi non trova lavoro, di chi è tenuto fuori, magari come forza di riserva, dalla produzione.

E’ così che una enorme parte della popolazione del mondo, ma diciamo pure una grande parte della popolazione italiana, è costretta a “sognare” di poter fare anche lei “questo lavoro”. Per avere finalmente un posto di lavoro, dalla Sardegna, dalle Calabrie, dal sud di Italia e d’Europa e dal nord dell’Africa si emigra nei sobborghi delle grandi città o addirittura nelle baracche e nei campi di concentramento predisposti dalla grande industria del cosidetto quadrilatero d’oro europeo.

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