Angelo Nembrini, 1973
Nota di edizione a il “lavoro”
1. L’uomo per vivere deve lavorare, ma il sistema di lavoro in cui l’uomo è costretto non è una “vita”.
Ci può essere una industria diversa, ci possono essere macchine diverse, ci può essere un lavoro diverso?
Ci può essere un lavoro che non sia solo “questo lavoro” ma anche una “vita”?
Cosa vuol dire che in ufficio o in fabbrica si va solo a lavorare? Perchè non si può andare in una fabbrica dove si possa anche vivere?
Quando poi si è fuori dal luogo di lavoro, quando si è a casa, le cadenze e i ritmi della produzione, le gerarchie di ufficio, il salario, le malattie professionali e il carrierismo lasciano vivere?
Il lavoro, questo lavoro della società industriale capitalista, ha invaso la vita di ogni uomo e, prima di ogni altro, di chi non trova lavoro, di chi è tenuto fuori, magari come forza di riserva, dalla produzione.
E’ così che una enorme parte della popolazione del mondo, ma diciamo pure una grande parte della popolazione italiana, è costretta a “sognare” di poter fare anche lei “questo lavoro”. Per avere finalmente un posto di lavoro, dalla Sardegna, dalle Calabrie, dal sud di Italia e d’Europa e dal nord dell’Africa si emigra nei sobborghi delle grandi città o addirittura nelle baracche e nei campi di concentramento predisposti dalla grande industria del cosidetto quadrilatero d’oro europeo.
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