Papi, esiste davvero Santa Lucia?

Sono stato ispirato da un articolo di Andrea Beggi, in cui parla di certe emozioni paterne, rispetto a certi momenti, a certe intimità, che nascono tra noi e i nostri figli.

Lui racconta della notte di Natale, io vi racconto da bresciano, di Santa Lucia.

Si dice infatti che la notte del 13 dicembre la santa dei bambini, buoni, passi casa per casa col suo asinello per lasciare a ciascun piccolino i giochi che ha richiesto con la sua letterina. I bimbi devono essere ovviamente a letto, non la devono assolutamente vedere, lei potrebbe infatti buttar loro la cenere negli occhi e scappare via senza lasciar nessun dono. Qualcuno prepara del fieno per il suo asinello accanto alla porta o sotto la finestra.

Da qualche anno ormai, mia moglie ed io, eravamo fedeli alla procedura. Aspettavamo che la piccola si addormentasse e partivano i preparativi: stradina di caramelle dai piedi del letto al salotto (gli anni portavano le variazioni sulle curve i rettilinei ecc.), fino ad arrivare alla stanza del malloppo, lì si trovava il vero “core” del giorno di Santa Lucia, più qualcosina, qualche piccola golosità sul tavolo della cucina.

Era una sera quella di Santa Lucia, che ci portava indietro nel tempo, a quando i nostri genitori a loro volta, si inventavano (forse con meno mezzi e con più fantasia) lo stesso copione, per portare felicità e sorpresa nei nostri occhi nella giornata che per noi bimbi era la più speciale dell’anno. Si cominciava a sentire un paio di settimane prima il campanellino suonare giù in cortile o nella strada del paese, nonni o vicini collaboravano vivamente all’evento, tirando fuori dall’armadio ai primi di dicembre il sonoro richiamo che preparava a quella notte.

Ci raccontavano infatti che fosse lei a suonare quel campanello, lei in giro per verificare che tutto procedesse bene, che le promesse e gli impegni dei piccoli fossero onorati e ottemperati. In caso contrario il risultato potrebbe essere stato nefando e Santa Lucia non avrebbe lasciato nessun dono al piccolo ribelle, ma solo dei pezzi di carbone.

Finché venne un giorno…

Una domenica sera, Serena aveva ormai 8/9 anni, una di quelle domeniche che si tornava dalla città verso ora di cena dopo la gita pomeridiana. Ci fermammo alla Niga, ristorante noto nella bassa, per deliziarci con qualche specialità bresciana. Era ormai qualche giorno che la piccola girava intorno alla faccenda: “papi ma Santa Lucia esiste davvero? Mamma, ma come fa Santa Lucia a girare per tutte le case in una notte con l’asinello? Perché le mie amiche mi hanno detto che Santa Lucia siete voi?” Era ormai chiaro che la foglia fosse stata mangiata.

L’età c’era, la scoperta mediamente viene fatta da quelle parti lì, terza/quarta elementare, anche confrontandosi coi coetanei ogni giorno a scuola. Mia moglie ed io ci guardammo e decidemmo con un paio di sguardi di svelare il segreto. Serena stava mangiando con gran gusto un bel piatto di casoncelli bresciani e noi confessammo. Ricordo della sua delusione, nonostante fosse ormai quasi certa del giocoso e magico “inganno” cominciò a singhiozzare, e mangiava… e lacrimava e mangiava povera stellina. Come dire “buoni i casoncelli però era meglio se Santa Lucia esistesse sul serio”. Come un passaggio epocale, dal gioco, dal mistero che tutti i bimbi cercano nel proprio cuore e in quello di chi gli sta accanto… alla cruda realtà di noi temerari e pragmatici adulti.

La delusione fu di tutti e tre, ci ragionammo sopra, convenendo alla fine che lei questo piccolo mistero, lo poteva portare con se fin che volesse, incurante di ciò che avrebbero pensato compagni e amici più grandi. Per lei Santa Lucia sarebbe tornata, ancora, ogni 13 dicembre.

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