Il mostro della Cava
Verolavecchia si sa, è zona di leggende e di fenomeni, prima fra tutte quella del bue sulla torre, trascinato fin lassù dai miei compaesani, legandogli grosse corde intorno al collo per fargli brucare l’erba cresciuta sul davanzale del locale campane…
Fu una sera d’estate di molti anni fa, trenta all’incirca, eravamo poco più che bambini, quindici sedici anni al massimo, stavamo vivendo l’adolescenza nella nostra bassa, tra frumenti, mais, mari d’erba e tanta tranquillità, al limite della noia e dell’inettitudine. Il fiume Strone, con qualche scalcagnata canna da pesca e il campetto “da calcio” delle scuole, a farci compagnia nei lunghi e afosi pomeriggi delle estati che si susseguivano lente nella nostra bucolica località della bassa bresciana.
Per le strade qualche trattore, poche automobili, facevano comparsa le prime pericolosissime moto giapponesi guidate da scandalosi piloti e per noi più piccoli il tanto agognato cinquantino comprato con i primi stipendi della fabbrica.
Una sera un giovanotto, che poco prima si era assentato in compagnia della sua morosa per trovare un po’ di intimità, qui, in una delle località campestri più frequentate dalle coppiette di allora, accorse al bar, spaventatissimo, a raccontare ciò che aveva sentito in fondo al campo dove poco prima si era appartato con la ragazza: delle urla terrificanti provenire da “là in fondo”, versi prima mai sentiti… figuratevi. Lo prendemmo sul serio, eccome.
Quella sera nacque la leggenda del mostro della Cava.
Cominciarono pian piano i primi pellegrinaggi, i primi gruppi di visitatori, la località era ed è ancora un bellissimo posto in mezzo ai campi verolesi. Lì, tra il mais e l’erba medica fa capolino la Madonnina della Cava, una chiesetta mantenuta con cura e devozione. La stradina per raggiungerla è frequentata quotidianamente, ancora oggi, dagli amanti dello sport per corse e allenamenti immersi nella natura e da semplici “passeggiatori” in cerca di qualche minuto di tranquillità.
Quell’estate interi gruppi di giovani e meno giovani facevano meta ogni giorno, sera e anche la notte per sentire e cercare di incappare nel mostro della Cava. File interminabili di biciclette, motorini e qualche auto erano ormai di abituale incontro su quel pezzo di sterrato vicino a Scorzarolo. Anche le forze dell’ordine non disdegnavano la visita quotidiana alla Cava, unendosi a noi civili nel sentir comune del mostro. Nascevano discussioni sulla natura della bestia, semmai bestia fosse stata. In paese, in via Trento, un cartello indicava: “Per il mostro della Cava”.
Una notte di luglio, al ritorno da una cena aziendale con qualche collega passammo alla Madonnina, erano le due, forse le tre di notte, un omino offuscato dall’alcool si stracciava le vesti dicendo che “si facevano sentire”, era la Madonna che di fronte a tante brutture (chissà che dovrebbe dire ora) si lamentava e mostrava il suo disappunto di fronte ai nostri misfatti e alle nostre tentazioni. Si buttava nel fosso che passa sotto alla chiesetta, e si fustigava con frasche bagnate, i militi della caserma di Verolanuova basiti assistevano allo spettacolo che questo posseduto dava di sè, increduli e forse velatamente d’accordo con ciò che l’uomo sosteneva.
Ricordo il banchetto dei gelati, che distribuiva frescura ai presenti ricordando un po’ le spiagge romagnole a noi bassaioli fermi nella conca afosa della pianura bresciana.
L’episodio che ricordo con maggior allegria è quando una sera, pubblico vastissimo, posti in piedi totalmente esauriti fin dalle prime ore del dopo cena (ora sarebbe l’Happy Hour), ad un certo punto ci fu un attimo di panico e di improvviso silenzio tra i presenti, si senti infatti tra le alte piante di mais, un divelgersi di fusti avanzare verso la stradina accalcata. I vigili intimarono l’alt, nessuno si fece vivo, un silenzio da film di King calò su tutti noi, terrore, curiosità, chissà cosa ci aspettavamo uscisse da quel campo di mais. Dopo qualche istante, un altro paio di colpi agitò la coltivazione, stavolta le forze dell’ordine estrassero le armi intimando un alt molto più deciso… dopo interminabili attimi di silenzio arrivò dalla coltivazione un sonoro “PAAPAAALUUUU” (allocco, babbeo), che ci fece rimanere di sale. Scorgemmo subito dopo, tra le piante, il nostro caro amico, Gioele, che con il suo fare giocoso e sfottente se ne usciva dal mais facendoci esplodere subito dopo in una comune, liberatoria e immensa risata.
Sembrava di stare a teatro. Pensai che una situazione simile non l’avrei mai più rivissuta, una serie di elementi e fatti si erano inspiegabilmente messi inseme quella sera per timbrare nella mia memoria uno dei più bei periodi della mia vita.
I vigili si avvicinarono a Gioele dicendogli che insomma se la poteva evitare, e che aveva rischiato la vita, sai com’è, loro erano armati. “Eheheh eheh…” sorrise incurante Bernardo, e subito dopo ricominciammo tutti quanti dal punto in cui eravamo rimasti con le ipotesi e le invenzioni fantastiche, qualcuno parlò di esseri venuti da un altro pianeta per studiare le nostre coltivazioni, gli agricoltori avevano un’aria terribilmente preoccupata.
Dopo settimane di postazioni e favole, un noto ornitologo della zona espose la sua tesi: erano coppie di barbagianni, o di allocchi (se la memoria non mi tradisce) in amore. Noti per il loro richiami gutturali nei confronti delle femmine della stessa famiglia di predatori notturni.
Si chiuse così un estate a dir poco memorabile. Molti, dopo la rivelazione del nostro ornitologo, continuarono imperterriti i loro pellegrinaggi. Ormai era nato un mito, erano nate amicizie, compagnie, nei bar della zona non si parlava d’altro: il mostro della Cava.
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Invito i lettori, i miei compaesani, chiunque assistì all’evento, a correggere eventuali errori o dimenticanze legate a questo racconto. Può essere infatti che la memoria mi tradisca in merito a qualche particolare, ma garantisco sulla veridicità dell’accaduto.
