Fidelin di mare
Il giorno prima ho preparato il pesto di rucola. l’ho lasciato riposare per una notte, nel mio immaginario diventa più buono
sughi e umori si uniscono in un composto magicamente prelibato. Gli spaghettini (Fidelin) sono un prodotto tipico della Val Chiavenna, prodotti con farina integrale di grano saraceno, li ho trovati al Bennet qui a Verolanuova, molto buoni e dal gusto dolce e delicato. Il pesce me l’ha dato invece l’amica Giovanna della pescheria Conad. Bando alle ciance.
Ingredienti
Pesto:
- un paio di manciate di rucola
- 3/4 di busta di pinoli (i rimanenti faranno da guarnizione)
- mezzo bicchiere circa di extravergine
- qualche bel tocchetto di Grana Padano
- sale
Pesce:
- 15 gamberoni
- 2 capesante
- olio extravergine
- vino bianco
- sale
Preparazione
Pesto:
Ho frullato tutti gli ingredienti del pesto per circa cinque minuti e l’ho successivamente riposto in una ciotola lasciandolo riposare, come dicevo nell’introduzione, per una notte.
Ho pulito e lavato per bene i gamberi privandoli del filetto nero, pulite anche le capesante tagliandole poi a filetti dello spessore di circa mezzo centimetro.
Pesce:
In un tegame antiaderente, con due cucchiai di extravergine e un velo sottilissimo d’aglio, ho saltato i gamberi e le capesante aggiungendo a metà cottura circa una spruzzatina di vino bianco e un pizzico di sale.
Scolati gli spaghettini nel tegame ho aggiunto il pesto a fuoco bassissimo e dopo qualche istante ho aggiunto il pesce lasciando andare il tutto per qualche secondo, il tempo appunto di amalgamare e distribuire per bene tutti gli ingredienti (qui una foto più grande).
Un piatto semplicissimo e molto appetitoso, delicato il pesce che, unito a questa qualità di spaghetto, offre un’accoppiata di gusti davvero molto interessante. Il pesto di rucola da alla ricetta quella parte “di terra” che completa il piatto della nostra domenica.
Vinello bianco fresco, buono, a scelta.
Dai papi, spaventiamo la nonna!
Quando la sera, ormai vicino a casa, passo accanto al “Campo Santo” come lo chiamava lei, fatico a credere, a distanza di due anni ormai, che mamma sia la.
Una malattia, un calvario di un anno se l’è portata via senza scampo centellinando minuto per minuto un andarsene inesorabile. L’intervento di una mezza giornata è servito solo come “test” e a darle ancora qualche mese di finta speranza.
Strano pensarci adesso, a come non ci si voglia credere quando arriva il “verdetto”. Strana la speranza che non finisce fino all’ultimo giorno, perché in fondo pensi sempre che qualcosa miracolosamente cambi nonostante la sofferenza si manifesti in modo prepotente e non ti offra strade alternative.
Quando parlavo con i medici nemmeno di fronte all’evidenza mi convincevo di quanto poco mancasse.
Era una donna leale, semplice, qui da noi si dice “buona come il pane, di pasta buona”. Le bastava poco per essere felice, una pizza in compagnia la domenica sera, una bella tavolata con gli amici, sedersi sotto al portico con tutta la famiglia riunita, nella sua cultura rurale c’era umiltà e saggezza. Ricordo quando, occupato in un posto di responsabilità, si raccomandasse spesso con me perché nei rapporti con le persone mettessi il rispetto e il saper voler bene al primo posto.
Sento la sua mancanza quasi sempre senza lacrime, con uno stranissimo sentimento di vuoto e serenità, a volte arriva la stilettata sottile ma passa. Il fatto che non ci sia più lo scorgo nelle giornate di mio padre, in mia moglie quando la ricorda come una seconda mamma, in mia figlia quando ci parla dei “pranzetti” che le preparava, nei miei pensieri quando nelle ore di macchina verso l’ufficio o alla sera, verso casa, la ricordo sorridente sfaccendare davanti casa.
Mi piace rivedere la foto che la ritrae con mia figlia. La scattai qualche anno fa, in occasione dell’acquisto della mia prima moto. Spesso io e Serena si andava a fare un giretto qui in zona, quando mancavano poche centinaia di metri al rientro mi gridava nel casco: “quando arrivi accelera forte che facciamo spaventare la nonna!”. Era un rito, lo sapevamo tutti e tre che lo avrei fatto, ma era un gioco, una pantomina: appena dentro al portone una bella sgasata al bicilindrico e lei giù improperi.
La sua scomparsa ha acceso in me molti più dubbi di prima: la nascita, la vita, la morte, lo sbattersi, il lavoro, la famiglia, la speranza… di cosa resterà di noi, di questo ciclo di cui conosciamo solo una piccola e forse unica parte. Affidarsi a pensieri trascendenti, credere che una volta chiuso il sipario lo spettacolo sia finito, senza il bis. Che si torni energia come sostiene qualcuno o che esista questo luogo chiamato in mille modi, dove ognuno sarà in pace (visto che in terra non ne siamo capaci) e soddisfatto per l’eternità e in base alla propria cultura.
Mi piace pensare che una parte di lei si dentro di me, ma non mi basta, ne a me e forse nemmeno a lei.
Qualcuno era comunista…

