Erano anni…
… che non andavo più in città per comprar dischi. In passato era proprio un delizioso evento, il sabato mattina con i pochi risparmi in tasca “passeggiar per le vie del centro”.
Ma più in là ancora, indietro nel tempo, quand’ero militare a Gorizia e tornavo per i due giorni di licenza quindicinali in quanto cuoco. Lassù non spendevo nemmeno una lira, una vita a momenti quasi di clausura, morigeratissima, monacale, mi concedevo giusto il caffè dopo pranzo, niente alcool, niente fumo (in tutti i sensi, si sa com’è da militare) e stop. La miserissima diaria la mettevo da parte per la discoteca, per il mio ripiano in multistrato nella mia cameretta. Il tavolaccio in legno finto che faceva da “portadischi”, c’erano ancora e solo i vinile.
Il sabato di licenza però la diaria la pestavo via tutta: rock, blues, i primi approcci al jazz. C’era allora un negoziato in via Moretto, Salmoiraghi, gestito due signore anzianissime a cui così a occhio non gli davi un bottone.
Entravi in quel negozio odorante di copertine e vinile, gli chiedevi il bootleg di Frank Zappa registrato nella tal cantina e in men che non si dica te lo piazzavano sul bancone. Due meraviglie di donne, le adoravo, tanto quanto loro adoravano me che col piccolo gruzzoletto facevo loro la visita quantomeno mensile.
Oggi ci ho riprovato. Cambiata epoca, cambiato il supporto (ormai vicino alla pensione anch’esso con l’arrivo della musica “liquida”), ma la passione sembra essere ancora quella, se non alla scoperta… alla riscoperta. Ora è tutto scintillante, Brescia è quasi impraticabile, un traffico a dir poco allucinante, il parcheggio te lo trova un povero cristo di extracomunitario che si è sostituito alla macchinetta che rilascia il tagliando del parcheggio (questa mi era nuova).
“Vai capo” mi dice, dai qualcosa a me che qui stai tranquillo, mi ha ricordato che è Natale e ha insistito col fatto di lasciar lì l’auto senza pericolo di multa… o altro… sarà.
Al vecchio Salmoiraghi è subentrata la sgargiantissima Feltrinelli, molto più luminosa e concettuale, ma senza ombra di dubbio meno dotata, parlando di musica. Alla fine ho fatto i miei acquisti, scegliendo con calma e con Serena dietro a ricordarmi del caldo tropicale del secondo piano.
Tutte super offerte ovviamente, ma di discreta qualità, che stasera mi terranno sicuramente compagnia.
Papi, esiste davvero Santa Lucia?
Sono stato ispirato da un articolo di Andrea Beggi, in cui parla di certe emozioni paterne, rispetto a certi momenti, a certe intimità, che nascono tra noi e i nostri figli.
Lui racconta della notte di Natale, io vi racconto da bresciano, di Santa Lucia.
Si dice infatti che la notte del 13 dicembre la santa dei bambini, buoni, passi casa per casa col suo asinello per lasciare a ciascun piccolino i giochi che ha richiesto con la sua letterina. I bimbi devono essere ovviamente a letto, non la devono assolutamente vedere, lei potrebbe infatti buttar loro la cenere negli occhi e scappare via senza lasciar nessun dono. Qualcuno prepara del fieno per il suo asinello accanto alla porta o sotto la finestra.
Da qualche anno ormai, mia moglie ed io, eravamo fedeli alla procedura. Aspettavamo che la piccola si addormentasse e partivano i preparativi: stradina di caramelle dai piedi del letto al salotto (gli anni portavano le variazioni sulle curve i rettilinei ecc.), fino ad arrivare alla stanza del malloppo, lì si trovava il vero “core” del giorno di Santa Lucia, più qualcosina, qualche piccola golosità sul tavolo della cucina.
Era una sera quella di Santa Lucia, che ci portava indietro nel tempo, a quando i nostri genitori a loro volta, si inventavano (forse con meno mezzi e con più fantasia) lo stesso copione, per portare felicità e sorpresa nei nostri occhi nella giornata che per noi bimbi era la più speciale dell’anno. Si cominciava a sentire un paio di settimane prima il campanellino suonare giù in cortile o nella strada del paese, nonni o vicini collaboravano vivamente all’evento, tirando fuori dall’armadio ai primi di dicembre il sonoro richiamo che preparava a quella notte.
Ci raccontavano infatti che fosse lei a suonare quel campanello, lei in giro per verificare che tutto procedesse bene, che le promesse e gli impegni dei piccoli fossero onorati e ottemperati. In caso contrario il risultato potrebbe essere stato nefando e Santa Lucia non avrebbe lasciato nessun dono al piccolo ribelle, ma solo dei pezzi di carbone.
Finché venne un giorno…
Una domenica sera, Serena aveva ormai 8/9 anni, una di quelle domeniche che si tornava dalla città verso ora di cena dopo la gita pomeridiana. Ci fermammo alla Niga, ristorante noto nella bassa, per deliziarci con qualche specialità bresciana. Era ormai qualche giorno che la piccola girava intorno alla faccenda: “papi ma Santa Lucia esiste davvero? Mamma, ma come fa Santa Lucia a girare per tutte le case in una notte con l’asinello? Perché le mie amiche mi hanno detto che Santa Lucia siete voi?” Era ormai chiaro che la foglia fosse stata mangiata.
L’età c’era, la scoperta mediamente viene fatta da quelle parti lì, terza/quarta elementare, anche confrontandosi coi coetanei ogni giorno a scuola. Mia moglie ed io ci guardammo e decidemmo con un paio di sguardi di svelare il segreto. Serena stava mangiando con gran gusto un bel piatto di casoncelli bresciani e noi confessammo. Ricordo della sua delusione, nonostante fosse ormai quasi certa del giocoso e magico “inganno” cominciò a singhiozzare, e mangiava… e lacrimava e mangiava povera stellina. Come dire “buoni i casoncelli però era meglio se Santa Lucia esistesse sul serio”. Come un passaggio epocale, dal gioco, dal mistero che tutti i bimbi cercano nel proprio cuore e in quello di chi gli sta accanto… alla cruda realtà di noi temerari e pragmatici adulti.
La delusione fu di tutti e tre, ci ragionammo sopra, convenendo alla fine che lei questo piccolo mistero, lo poteva portare con se fin che volesse, incurante di ciò che avrebbero pensato compagni e amici più grandi. Per lei Santa Lucia sarebbe tornata, ancora, ogni 13 dicembre.
Facebook e i nativi digitali
Segnalo questa riflessione in merito al tema “nativi digitali”, la generazione nata con la tecnologia tra le mani. Per loro i social network, il web 2.0, il peer to peer ed altre chicche per i più impallinati del web sono, dovrebbero essere, il pane quotidiano, un pò come per noi lo sono stati il mangiacassette e guardie e ladri.
Miracolo al Giglio
Successe esattamente un anno fa, proprio in questi giorni. Sulla spiaggia di Giglio Campese, un pò per sfoggiare la nuova G7 un pò per l’entusiasmo del posto mai visto mi trascinavo tra le onde con la borsa fotografica a tracolla inseguendo Serena tra uno scoglio e una caletta. Sicuro di me e della compatta Canon appena arrivata. All’improvviso successe ciò che succede prima o poi a chiunque entri in acqua con la macchina fotografica e incurante del mare… splaaaashh, un’onda “fuori misura” mi colpì alle spalle bagnandomi completamente, borsa e digitale comprese. Mi si fermò il cuore, pensai a tutta l’elettronica contenuta nella Canon, ai circuiti, ai micro contatti, alla batteria, al motore dell’autofocus, al sensore.
Misteriosamente la G7 continuò a funzionare. Proseguii quindi le mie vacanze relativamente tranquillo senza pensare più di tanto all’accaduto, la macchina scattava e tutto pareva normale.
Senonchè, a vacanza ormai finita, dopo qualche settimana, la G7 cominciò ad avere strani comportamenti: variazione dei valori ISO così… random, flash totalmente inutilizzabile, autoscatto che partiva da solo (appunto, autoscatto no?), e tutta una serie di anomalie totalmente incontrollabili ed imprevedibili. Era quasi inutilizzabile. Avrei pianto, una delle macchine che mi ha dato più soddisfazioni, con funzionalità di nota e quasi controllabile come una reflex… non fosse per due/tre cosette frutto a mio avviso della solità e cronica frettolosità del marketing.
La mandai quindi in laboratorio a Peschiera Borromeo, la risposta fu: “la macchina è intaccata dalla salsedine, ripararla costa di più del valore effettivo dell’apparecchio”, non ci misero quindi nemmeno le mani, il lavoro sarebbe stato tra l’altro anche fuori garanzia.
Mi rassegnai, fui quasi tentato di accendere un altro credito al consumo e portarmi a casa la G10, ormai. Alla fine lasciai perdere scegliendo di utilizzare la G7 a modo suo, quando cioè si degnava di fare quello che gli dicevo e con i controlli in totale balia del fato.
Miracolo al Giglio
Lo so, sembra veramente incredibile, ma quest’anno, a distanza appunto di giorni 365 sono tornato all’Isola del Giglio e, nella stessa località, nello stesso identico punto di spiaggia quasi alla stessa ora, la G7 si è totalmente ripigliata cominciando a scattare in modo perfetto.
I comandi ora seguono ciò che dico loro ed in qualsiasi modalità la utilizzi tutto fila liscio, anche il flash, a parte qualche piccolissima incertezza, fa il suo dovere nel modo e con le regolazioni che gli impongo.
Esposizioni corrette, regolazioni fini in modalità manuale, staratura intenzionale del diaframma, selezione della messa a fuoco sulle varie zone del fotogramma, tutto funziona egregiamente. In una settimana ho scattato circa tre giga di foto senza riscontrare nessuna anomalia di funzionamento. Non ho parole.
Donne d’altri tempi?
A volte bastano 4 minuti per rendersi conto dello spazio siderale che divide l’arte dal mestierume. Roba pregiata, feeling, tecnica, voce e blues…. Si, tutto in una sola donna, Bonnie.
Bussana Vecchia
L’estate scorsa, o la precedente… non ricordo esattamente, Ornella e Pelo mi dissero di questo paesello che nel 1887 fu raso al suolo da una violenta scossa di terremoto.
Loro ci passarono da turisti sul finire degli anni settanta e con in mente, come tanti di noi, che un altro mondo fosse possibile, l’epoca del power of flower si stava definitivamente chiudendo. Mi raccontarono di come qualche artista, o comunque quelli che venivano definiti “alternativi”, si fosse messo in testa idee “strane”: prendersi cura di qualche rudere rendendolo abitabile e magari installarvi un piccolo atelier o una piccola impresa artigianale, senz’acqua ne corrente, senza alcun servizio pubblico in un paese che ancora oggi è cancellato dalle cartine, un paese che non esiste.
Ancora oggi Bussana è luogo di controversie legali che potrebbero domani dar luogo ad una nuova “tabula rasa” per ricostruire un paese in piena regola, con i nostri moderni canoni e le nostre moderne regole.
Il filmato è un pò lungo, ma documenta dignitosamente come si vive ora in quella piccola comunità.
WWF - Ora della terra
Riporto pari pari dal sito del WWF:
Il 31 marzo 2007 Sidney si spegne per un’ora, coinvolgendo 2,2 milioni di cittadini, uniti nel semplice gesto del click dell’interruttore. Nel 2008 il gesto fa il giro del mondo e a rimanere al buio sono 370 città con 50 milioni di click che fanno di Earth Hour un movimento globale per la sostenibilità.
Simbolicamente si spengono il Golden Gate Bridge di San Francisco, il Colosseo a Roma, Times Square a New York, il teatro dell’opera a Sidney e centinaia di altre icone. Si organizzano cene a lume di candela, cortei di fiaccole alle Fiji. Va al ‘buio’ la pagina di Google, si abbassano le luci negli studi televisivi dei tg in Australia.
La Rete registra con video e foto da tutto il mondo un fenomeno planetario, sostengono l’evento il premio Oscar Cate Blanchett e l’oro olimpico Cathy Freeman.
E aggiungo che anche qui da noi, nel bresciano, quelli che hanno voluto con forza e determinazione ciò che hanno chiamato il futuro: i centri commerciali, potrebbero fare un piccolo sforzo e partendo da questa occasione far spegnere dopo la chiusura quella enorme distesa di lampioni e insegne che la notte tengono compagnia ai campi arati che li circondano.
Non entro nel merito dei consumi, ma credo non sia difficile mettersi li qualche minuto e, come diciamo noi da queste parti, fare la conta di quello che va e quello che viene, per rendersi conto di quanta energia viene sprecata solo per illuminare i piazzali, vuoti, di tali attività.
Verolavecchia - Dibattito sulla droga
Giovedì 26 marzo alle ore 20.30 a Verolavecchia (BS), presso l’auditorium della BCC, in collaborazione con Ass.Cult. Contattodiretto e con il patrocinio del Comune di Verolavecchia si terrà un dibattito sulla droga.
Introdurranno:
Cav. Zorza
Presidente BCC di Verolavecchia
Prof. Zanetti
Sindaco di Verolavecchia
Monica Peci
Assessore ai servizi sociali
Interverranno:
Dottoressa Alberti
SERT-ASL Leno
Dottoressa Dorico
SERT-ASL Leno
Dottoressa Antonelli
Responsabile Provinciale Comunità CEBS
Dottoressa Pisano
Segreteria Radicali Italiani
Capitano Propato
Comandante Caserma Carabinieri di Veolanuova
Douglas Adams
Douglas Adams era un celebre scrittore umorista del panorama inglese, egli è scomparso qualche anno fa. Fu il creatore, tra l’altro, della serie “Guida galattica per autostoppisti“, da cui fu tratto un fulminato film da vedere nelle sere in cui il mondo non ha più niente da dirci :-). Portano la firma di Douglas le tre leggi fondamentali per la percezione del progresso:
- Tutto quello che si trova nel mondo alla tua nascita è dato per scontato;
- Tutto quello che viene inventato tra la tua nascita e i tuoi trent’anni è incredibilmente eccitante e creativo e se hai fortuna puoi costruirci sopra la tua carriera
- Tutto quello che viene inventato dopo i tuoi trent’anni è un’offesa all’ordine naturale delle cose, è l’inizio della fine della civiltà e solo dopo essere stato in circolazione per almeno dieci anni torna ad essere abbastanza normale.
Leggendo per la prima volta qualche giorno fa questi tre assiomi non ho potuto fare a meno di pensare a quanto io sia spesso catastrofico, integralista e parecchio trombone.
Odio infatti Gardaland e i parchi acquatici in genere, non sopporto i MacDonald e ciò che danno da mangiare a chi li frequenta, abolirei i reality e chiuderei gli stadi, dopo tanti anni di astinenza di quel genere di locali non riesco ancora a comprendere il motivo per cui ora, in discoteca, si cominci a ballare dopo l’una di notte.
Devo fare qualcosa, lo sò, mia figlia cosa penserà di me? Voglio però che prima o poi si ricreda.
Yusuf, San Silvestro, lo Spiedo e gli amici
La spinta per mettermi a scrivere questo post me l’ha data proprio Yusuf (prima della conversione Cat Stevens).
Vi avevo già parlato dello spiedo e dell’atmosfera particolare che si crea intorno a questo piatto che diventa, per gli amici raccolti intorno ad esso, un vero e proprio evento, un inno all’amicizia, alla vita e alla condivisione.
Proprio per la cena di San Silvestro si è deciso in tal senso, ha pensato Pelo ad organizzare gran parte della preparazione, i più generosi e passionari si sono offerti per l’infilzaggio delle carni e per il lungo pomeriggio che richiede la cottura perfetta della ricetta bresciana.
Io sono arrivato a far loro compagnia più tardi a lavori quasi ultimati, tant’è vero che sono stato ufficialmente nominato il polentaio ufficiale della serata, principalmente per due motivi: il primo e che potrei essere considerato in ritardo vista la lunga preparazione del piatto, il secondo proprio perchè mi sono occupato delle polente, con l’aiuto di Beppe appena dopo l’opera di frusta per “destrempà” la farina.
Immaginate questo inverno, neve , freddo, un cortile tra i più antichi del paesello, abitazioni e muri limitrofi addossati alla casa del povero nonno di Pelo, entrate e passaggi in comune, porte sempre aperte a far da confine tra un tratto e l’altro della corte, silenziosa e scura come una volta. Fuori fa freddo e si ha tanta voglia di sentire il tepore di una stufa. La casa del nonno con cotto antico al pavimento, un vecchio camino focheggiante e travi in legno per soffitto, ai muri opere e foto che stillano gli anni d’oro ad ogni sguardo, la voglia di bello, di cambiar suonata e la ricerca di una profondità aimè in gran parte andata a ramingo.
Musica ovviamente in sottofondo, anche l’impianto è di quegli anni la, si vede, un vecchio Rotel che non tradisce e che già allora stava una spanna sopra al resto, anche il suono ascoltandolo bene ti tuffa nel passato di almeno 25/30 anni, caldo, pacato e probabilmente anche poco fedele, ma che nel contesto non fa rimpiangere ne desiderare nulla di diverso, va bene così.
Le due macchine girano piano piano, senza rumore e senza disturbo, liberando solo profumo di spiedo, noi quattro o cinque o sei… li intorno, chi in piedi, chi seduto, col bicchierino di Cortese a scaldar l’animo, parlando del più e del meno, dei figli, della vita, dei conti che spesso non tornano, ma quasi sempre col sorriso sulle labbra e nel cuore, in relax. Una battuta, tante battutacce, si assaggia lo spiedo e si beve un goccio incontrando i bicchieri.
Il camino arde e produce piccole braci da buttare sul fuoco lento degli spiedi, per cucinare la nostra cena, cos’è più slow food dello spiedo? Ad un certo punto è un universo parallelo, vuoi per il bicchierello, vuoi per l’atmosfera ormai lontana anni luce dalla velocità e dallo stress quotidiani. Ci sono momenti di silenzio in cui è il fuoco a raccontare la sua storia, nessun imbarazzo, nessun timore, siamo lì.
Il Jack dice al Pelo: “metti Yusuf dai!” Io strabuzzo gli occhi e lui mi spiega al volo di chi si tratta, un pozzo di sapere in musica il Jack. Cavolo! Mi era proprio scappata questa! Il vecchio Cat, dopo la conversione all’Islam si fa chiamare così, sapevo della sua virata ma mi ero evidentemente perso qualche dettaglio. Stevens in “An Another Cup” fa il verso, credo, ad un titolo di un suo vecchio album: “Tea For The Tillerman & Teaser And Firecat”, una pietra miliare per ogni amante della musica, vero e proprio concentrato di qualità e di pezzi indimenticabili, di musica fatta per essere ascoltata ancora prima che da vendere, un pò l’opposto di quanto fanno oggi le case discografiche. Il pezzo più famoso e che tutti quelli della mia età hanno cantato almeno una volta intorno ad un fuoco è Wild World, la ricordate?
Anche quest’ultimo album convince, i pezzi sono tutti belli e senza particolari cadute di tono o che facciano pensare ad un “riempi-cd”, un gran bel lavoro, ben prodotto, ottimi suoni e strumentisti di livello. Mette d’accordo archi, fiati, pianoforte, chitarre, voci e coretti, atmosfere ora occidentali ora richiamanti l’oriente, in “” aleggia perfino il fantasma di Manzarek & C. con una gran carica, ma soprattutto un disco di pace e di spirito, di musica a tutto tondo, Yusuf è alla ricerca da molti anni ormai, e lo si avverte, non un disco banale, una ricerca appunto, di nuovo. Anche i rarissimi clap in controtempo non lasciano pensare a produzioni facili e a schiaffi di effetto, il suo arpeggio acustico mai sopra le righe ma suonato bene e col cuore, il suono del legno, un pianoforte dolcissimo i ritmi dispari e la sua voce calda che ti mette di buon umore e ti conforta, come un amico. Tra i pezzi perfino una personalissima e indovinata versione di Don’t Let Me Be Misunderstood arrangiata con grandissimo gusto.
Un tuffo nel passato con i piedi nel presente, una sorta di Time Machine ecco, sai che dietro c’è tutto nonostante non lo si veda, ti basta un attimo per toccarlo di nuovo sentendone perfino gli odori.
Lo spiedo e pronto.






