Dai papi, spaventiamo la nonna!
Quando la sera, ormai vicino a casa, passo accanto al “Campo Santo” come lo chiamava lei, fatico a credere, a distanza di due anni ormai, che mamma sia la.
Una malattia, un calvario di un anno se l’è portata via senza scampo centellinando minuto per minuto un andarsene inesorabile. L’intervento di una mezza giornata è servito solo come “test” e a darle ancora qualche mese di finta speranza.
Strano pensarci adesso, a come non ci si voglia credere quando arriva il “verdetto”. Strana la speranza che non finisce fino all’ultimo giorno, perché in fondo pensi sempre che qualcosa miracolosamente cambi nonostante la sofferenza si manifesti in modo prepotente e non ti offra strade alternative.
Quando parlavo con i medici nemmeno di fronte all’evidenza mi convincevo di quanto poco mancasse.
Era una donna leale, semplice, qui da noi si dice “buona come il pane, di pasta buona”. Le bastava poco per essere felice, una pizza in compagnia la domenica sera, una bella tavolata con gli amici, sedersi sotto al portico con tutta la famiglia riunita, nella sua cultura rurale c’era umiltà e saggezza. Ricordo quando, occupato in un posto di responsabilità, si raccomandasse spesso con me perché nei rapporti con le persone mettessi il rispetto e il saper voler bene al primo posto.
Sento la sua mancanza quasi sempre senza lacrime, con uno stranissimo sentimento di vuoto e serenità, a volte arriva la stilettata sottile ma passa. Il fatto che non ci sia più lo scorgo nelle giornate di mio padre, in mia moglie quando la ricorda come una seconda mamma, in mia figlia quando ci parla dei “pranzetti” che le preparava, nei miei pensieri quando nelle ore di macchina verso l’ufficio o alla sera, verso casa, la ricordo sorridente sfaccendare davanti casa.
Mi piace rivedere la foto che la ritrae con mia figlia. La scattai qualche anno fa, in occasione dell’acquisto della mia prima moto. Spesso io e Serena si andava a fare un giretto qui in zona, quando mancavano poche centinaia di metri al rientro mi gridava nel casco: “quando arrivi accelera forte che facciamo spaventare la nonna!”. Era un rito, lo sapevamo tutti e tre che lo avrei fatto, ma era un gioco, una pantomina: appena dentro al portone una bella sgasata al bicilindrico e lei giù improperi.
La sua scomparsa ha acceso in me molti più dubbi di prima: la nascita, la vita, la morte, lo sbattersi, il lavoro, la famiglia, la speranza… di cosa resterà di noi, di questo ciclo di cui conosciamo solo una piccola e forse unica parte. Affidarsi a pensieri trascendenti, credere che una volta chiuso il sipario lo spettacolo sia finito, senza il bis. Che si torni energia come sostiene qualcuno o che esista questo luogo chiamato in mille modi, dove ognuno sarà in pace (visto che in terra non ne siamo capaci) e soddisfatto per l’eternità e in base alla propria cultura.
Mi piace pensare che una parte di lei si dentro di me, ma non mi basta, ne a me e forse nemmeno a lei.
Qualcuno era comunista…
Luganica con datterini e paprika
Questo è un altra ricettina per (facciamo i fichi? Ok facciamo i fichi) un brunch domenicale senza troppo impegno. Richiede un’esecuzione abbastanza veloce e una fame moderata
. La può fare, e mangiare, chiunque sia in grado di accendere un fornello.
Prendete Luganica quanto basta, concetto metafisico da argomentare, il mio macellaio lo sintetizza in modo puntuale e molto chiaro, quando gli chiedo “quanto ce ne vuole?” lui mi risponde rassicurante: “dipende dalla fame!“. La cultura del poche chiacchiere ecco…
Ingredienti:
- Lucanica (vedi sopra)
- pomodori datterini
- aglio
- olio extravergine
- paprika
- sale
- mezzo bicchiere di vino bianco
Esecuzione:
fate rosolare la Luganica in un filo di extravergine e aglio, sfumate col vino bianco. Dopo qualche minuto aggiungete i datterini tagliati in due spolverando con la paprika e continuate la cottura per quindici minuti circa aggiungendo, se necessario, un pochino d’acqua per mantenere il sugo ben fluido.
Sul fuoco accanto ovviamente sta andando la polentina, essa garantirà un piatto completo e appetitoso (qui una foto più grande).
Buon appetito!
Panino? No grazie.
Non è mia abitudine vomitare fango su chi intraprende, chi lo fa seriamente merita rispetto. Condurre un’impresa non è un gioco da ragazzi, richiede impegno, sacrificio, serietà, dedizione, passione per il proprio mestiere e rispetto, per chi servi e anche per i tuoi dipendenti. Di solito i vomitatori “professionisti” sono degli invidiosi con qualche difficoltà a costruire, in autonomia.
Da qualche mese, recandomi in ufficio al mattino, passo davanti ad un esercizio di recente messa in opera (farò il fico, la chiamerò start-up), una panineria, di concetto sia chiaro. Un locale trendy, arredato di concetto in concetto, acciaio, luminarie e rappresentazioni esoteriche ad ogni sospiro.
Ci vado ci vado… ci sono andato per la prima volta oggi a pranzo, a circa un anno dall’apertura in compagnia del mio boss, ha pagato lui ehehehe
.
Appena acclimatati una signorina ci porta il “menu”, minimale e concettuale anch’esso, ho pensato: ” questi ci sanno fare, spostano tutta l’attenzione sul prodotto incuriosendo il cliente partendo già dalla lista delle proposte.
Un elenco banalissimo pane e prosciutto, pane e coppa, pane e mortadella, pane e qui pane e là…
Ho ripensato, vedrai che sorpresa, ci porteranno panini a lievitazione naturale, croccanti, dorati fuori e come la neve dentro, riccioli di affettato finissimo e gocce di burro sulla mozzarella che sa di latte appena munto, fili di extravergine del Garda come aroma ultimo a lubrificar palati.
Macchè. Pane surgelato di pessima qualità, banalissimo, scarso, anonimo, duro fuori e spugnoso in mezzo, con i segni della griglia del fornello a candelette da bar, la farcitura un affettato ultra-dozzinale del mercatone VENDOTUTTOIO. In luogo della mozzarella alcune sottilissime fettine di prodotto “a base di chissà quale ca##o di latte” gramo anch’esso.
Che rabbia, che delusione. Ma quanti soldi ci hai speso nell’arredamento, ma quanto tempo hai perso nell’ideare un locale “diverso”, un po’ fru fru. Ma chi vuoi pigliare per i fondelli?
Cambia mestiere ragazzo mio! O magari cambia rotta, così, in questo modo, il panettone non lo mangi, e forse nemmeno la colomba.
Nota, non ti portano nulla al tavolo, quando è pronto ti chiamano: “è proooonto”, come ci si trovasse in stalla, con tutto il rispetto per chi in stalla ci lavora, molti dei nostri alimenti hanno origine dalla stalla.
Pensavo di passare dal Panificio Bertolotti, qui al paesello, spendere cinque Eurini di pane fresco (tre/quattro varietà senza perderci la testa – nella foto ad esempio il bocconcino al latte) e al mattino, quando tutti sono a nanna, appenderglielo alla maniglia del locale con un biglietto, scritto a mano:
comincia a farcire questi di panini, vendi un po’ di acciaio e comprati due tavolini di truciolare all’Ikea, solo i coglioni guardano al come arredi e non pensano al ciò che gli fai mangiare. E’ un consiglio, fidati.
P.S.: Se ne hai bisogno un paio di salami bresciani te li porto io, a mie spese.
Poi uscendo, dopo aver pagato dieci Euro per due boiate e due mezze di acqua naturale, vedo una delle due vetrine completamente ricoperta da uno striscione che recita: “Soli dieci Euro e bevi vino e birra fin che puoi“.
I salami me li tengo io.
Involtini di pollo, fagiolini e scamorza
Una ricetta semplice e veloce per un pasto divertente e appetitoso. L’ho provata qualche volta, giusto per aggiustarne un po’ il gusto secondo nostre abitudini e oggi ho invitato i parenti più stretti per l’assaggio ufficiale. Un piatto economico, leggero, che accompagnato da un buon rosso bresciano risolve in bene il pranzo domenicale (qui una foto più grande).
Ingredienti:
- petto di pollo tagliato a fettine
- fagiolini
- scamorza
- pancetta affumicata
- olio extravergine
- patate
- vino bianco
- sale
- curry
Esecuzione:
stendere le bistecchine di pollo inserendo in ognuna di esse 5/6 fagiolini ed un paio di listarelle di scamorza;
insaporire la fettina farcita e ancora stesa con un misto di sale e curry, successivamente un filo di extravergine;
arrotolare con cura il petto ed avvolgerlo in un paio di fettine di pancetta affumicata (noi prendiamo spesso quella del Maso Tito della val di Fiemme, una prelibatezza) fermandolo con un paio di stuzzicadenti.
Depositare gli involtini e una manciata di patate in una teglia precedentemente bagnata con un filo d’olio.
Infornare per 45/50 minuti a 180 gradi. A metà cottura bagnare con mezzo bicchiere di vino bianco.
Noi, da bresciani doc, li si accompagna con una buona polentina di farina bramata. Ve la consiglio, a qualsiasi latitudine, tropici compresi
.
Buon appetito!
Grazie Crucial
Il 16 dicembre 2010 ho ordinato presso store online di Crucial un paio di banchi da 2GB di ram per il mio iMac. Dopo una decina di giorni ho contattato la società chiedendo informazioni sul mio ordine, dati i problemi successi agli aeroporti europei per l’ondata di maltempo eccezionale. Le memorie infatti non mi erano ancora state consegnate, sentendo amici sulla velocità delle loro spedizioni la cosa mi preoccupava, data anche la concomitanza degli spostamenti di massa in occasione delle vacanze di Natale.
Arrivando ai primi di gennaio 2011 e non avendo ancora ricevuto nulla, ho ricontattato il customer care tramite l’ottimo servizio di chat del loro store.
La gentilissima Carine non l’ha tirata molto per le lunghe, mi ha chiesto il riferimento dell’ordine, si è sincerata del mio indirizzo e mi ha informato che un altro paio di bancate mi sarebbero state spedite via UPS nel più breve tempo possibile, tutto a loro spese.
Tempo due giorni le ram erano montate nel mio iMac.
Grazie Crucial.
Natalie Merchant
Credo che privarsi di esperienze che l’uomo ha fatto per centinaia di anni, come leggere un libro o osservare la natura, sia come autoingannarsi, soprattutto nei confronti dei figli.
Trascinarli sempre di corsa da una parte all’altra o chiuderli in una stanza con i videogiochi, lo considero un abuso al loro spirito creativo, al loro corpo fisico e al loro benessere spirituale.
C’è sempre una prima Fender
Nei primi 80 credo, quando invasato dal rock inglese e d’oltreoceano, mi feci prendere dalla smania di diventare un “chitarrista”, iniziai a bramare i “grandi” strumenti, quelli che si vedevano in spalla alle star: le Fender con Stratocaster e Telecaster, oppure Gibson con la pluricitata Les Paul, o ancora Rickenbacker per ricordarne uno meno inflazionato.
Ricordo di un concerto di Frank Zappa (famosa la sua Gibson SG Diavoletto) a Parco Redecesio, proprio nei primi ottanta, in cui mi ficcai sotto il palco, ed ogni volta che vedevo Frank guardare verso il pubblico gli urlavo: “Frank! Mi regali una chitarra?”.
Cose di gioventù insomma, probabilmente da italo americano avrà capito qualcosa di ciò che sbraitavo, ma lui era pazzo, non fesso.
Il mio babbo, per la mia prima chitarra mi diede un budget: duecentocartedamille. Era una bella cifra, considerando anche il fatto che sapevo eseguire tre accordi in croce, ma la voglia di avere in mano uno strumento era troppo. Mi portò lui personalmente con la 500 (quella del ploletariato neh..) da Pellizzari a Brescia, un negozietto dalle parti di piazza Arnaldo, piccolissimo, ma ricordo come fosse ieri la gentilezza e la disponibilità dei titolari. Chissà se c’è ancora…
Mi presi una Suzuki e un capotasto Dunlop, che detta così sembra una cosa da MotoGP, effettivamente l’accoppiata “suonava” strana.
Una bella e onesta chitarra, tutt’ora esistente e suonante. Ma vuoi per uno sfizio, vuoi per un innato desiderio di avere tra le mani qualcosa che mi ricordasse i miti più da vicino, mi sono messo alla ricerca sul web trovando molto offerte interessanti: Yamaha, Ibanez, Gibson, Takamine, Cort… mamma mia quanta bella merce
.
Da qualche anno le acustiche moderne incorporano i microfoni e l’accordatore, tools che per chi suona veramente e gira per locali possono essere molto molto comodi. Per me, che giro al massimo tra salotto e camera da letto (quando le signore mi “indicano la strada”), andava più che bene una semplice acustica, con corde cassa e nulla più. Nel corso degli anni i tre accordi conosciuti sono diventati sei e non mi chiamano mai per serate nei locali bresciani.
La scelta è caduta quindi su una economica e cinese Fender CD60, probabilmente alla fine dei suoi giorni. Si vede ovviamente che rispetto alla Suzuki manca qualcosa, sono presenti alcuni particolari in crudo PVC (capotasto e ponte) in luogo di materie più nobili usate nella vecchia chitarra, un po’ scarsina anche la finitura del battipenna, di contro la realizzazione complessiva è soddisfacente. Il suono, relativamente al prezzo, è buono, mi soddisfa e probabilmente mi accompagnerà per altri trent’anni. Ho scelto la colorazione Sunburst, mi ricorda per certi versi i motel, la strada, le zone country dei miei idoli.
L’ho trovata in offertissima su DJ’S Tools, un e-commerce che non conoscevo affatto, tre click e ho fatto l’ordine. Sono agili, rispondono a qualsiasi dubbio e la consegna è velocissima.
Harvest – Neil Young
Insieme a “Win Lose Or Drawn” (The Allman Brothers Band), “Rock And Roll Animal” (Lou Reed) e “Tale Spinnin” (Weather Report), questo “Harvest” mi fu consegnato da un amico per collaudare il mio primo giradischi, un Augusta BSR 2601.
Avevo 14 anni e detto tra noi, non ci ho capito nulla, mi mancava qualsiasi metro di paragone, alle mie orecchie giungeva un nuovo sound, del tutto imprevisto e inaspettato.
Abituato con i Fratelli La Bionda, Donna Summer e la disco in genere non ne coglievo ne contesto ne sentimento. Eppure è, insieme agli altri tre, un album che ancora oggi ascolto, che mi ha legato a Neil Young (musicalmente parlando) in modo indissolubile.
Dopo qualche periodo di “svezzamento” ho imparato ad amarlo, a godere delle sue sfuriate grunge, a seguirlo nelle dolcissime e tormentate ballate, nelle sue melodie agrodolci, nei suoi Vampire Blues.
Non lo so, ascolto, esploro, rischio con i nuovi talenti, che per certi versi apprezzo, ma quando sento la voce e la chitarra di Neil io mi sento a casa.
Internet mangia tutto
Da qualche periodo, da quando il numero dei computer in casa è pari alle persone che ci vivono, mi trovo spesso in catalessi ansiosa, pensando a come in questi ultimi anni la rete si stia prendendo gran parte del nostro tempo e delle nostre informazioni. Apparentemente sembra che qualsiasi cosa la si faccia in rete: amicizie, relazioni, shopping, comunicazione, informazione, musica, letture, passioni, lavoro… tutto insomma, una sorta di traslazione della vita reale gli si è affiancata e spesso prende il sopravvento su di essa.
Per staccarsi da internet bisogna desiderarlo, visceralmente, oppure trovarsi infrastrutturalmente menomati.
Vado in ansia guardando i nostri ragazzi, pre-adolescenti nel mio caso, e penso ai dati che la rete esige e chiede loro continuamente (login, indirizzi virtuali e fisici, codice fiscale a volte, numeri di telefono, ecc.) per essere utilizzata nel suo complesso. A volte assisto ai loro conpulsivi “flussi” foto-commento-tag-condivisione. Per loro il problema non esiste, i flussi di informazioni escono dalle loro schede di rete verso il network senza il minimo dubbio. Non sussiste proprio il dubbio intendo.
In rete spesso ci si sbilancia, parecchio anche, e mentre il TG passa l’ennesimo stupro del mostro della rete io mi chiedo cosa ne può essere di tutti i dati che alla rete forniscono (forniamo). Chi li gestisce? Chi li manovra? I geotag sono proprio così innocui? I contatti, i dati personali ora sono merce preziosa, una risorsa, la base stessa del web per certi versi. Connettersi a internet è come percorrere le vie di un suk, un mercato globale, ovunque mano tese in cerca di qualcosa: “vuoi fare questo? Dammi i tuoi dati”
Penso a quelli che condividono/condividiamo sui blog, sui social network, con sconosciuti nella maggior parte delle situazioni: pensieri, fotografie che li ritraggono in momenti che potremmo anche definire “privati”, storie di desideri, di sogni, del come passano le giornate, cosa mangiano, del compleanno, della scuola. Penso alle fotografie, alle centinaia di situazioni che mostrano/mostriamo ad altrettante centinaia di sconosciuti sparsi in tutto il pianeta.
La rete, per un minorenne, può essere un pericolo? I dati forniti all’istante e senza rifletterci troppo vengono trattati con buon senso e controllati perché sia certa la loro salvaguardia e veridicità?
Mi vien da pensare, se i dati sensibili li carpiscono a noi adulti con subdoli sotterfugi e tonnellate di spam truffaldino, per le menti meno maliziose, può essere un rischio mandare online nomi, indirizzi, fotografie e informazioni di localizzazione? I genitori della mia generazione si porranno i miei stessi dubbi? Chi incontra in rete mio figlio? A chi concede la sua amicizia?
Oppure il digital divide mette padri e madri fuori gioco e i nativi digitali, in qualche maniera, prendono il largo senza alcun controllo?
Sento spesso nel mio ambito genitoriale frasi del tipo “che ci farà tutto il giorno mio figlio attaccato a internet?” Io aggiungerei “a quale tipo di contenuti accede mio figlio durante le sue sessioni in rete? Avrà detto a qualcuno come si chiama e dove abita, avrà condiviso contatti telefonici o fotografie? O quali sono i suoi desideri più intimi?” Un genitore che non conosce internet, e più nello specifico i social network, rischia di rimanere in parte escluso dal contesto educativo? I ragazzi gli possono raccontare qualsiasi cosa e lui non se ne deve curare più di tanto oppure da parte sua va fatto, o è possibile fare, uno sforzo per capire come funziona “la grande rete”?
E anche, studiare e riflettere con il pc acceso per molte ore al giorno, aiuta una giovane mente a crescere/maturare nel modo “corretto”? MSN, Facebook, Twitter, Flickr sono distrazioni o viceversa sono per loro fonte di ispirazione e stimolo? In quale misura? Un genitore ha il dovere di regolamenantare l’accesso alla rete dei proprio figli? Come? A ore? Per scelta dei contenuti o per giorni pari o dispari?
Studiare con un riferimento onnipresente come Wikipedia aiuta lo studio? Le ricerche fatte in camera, col pc acceso, hanno lo stesso valore e stimolo del pomeriggio in biblioteca con un paio di amici o sono dei semplici copia/incolla di cui ci si deve vergognare a prescindere?
Il mio dubbio è: internet, le applicazioni sviluppate per internet, le sto percependo come un mostro mangia tutto alla pari di chi diceva che il treno avrebbe portato alla fine del mondo o è lecito che come genitore mi ponga dei dubbi su questa stravolgente invenzione che sta ri-cambiando il mondo?








