Little Moon

How far little moon
Just a rocket away
Three nights and a day is all
Little moon
Little moon

Like a beacon up high
Won’t ya send down a beam
It all starts with a dream sweetheart
Little moon
Little moon

How tall little flower
Growin’ wild as a weed
It all starts with a seed so small
For us all
Little flower

Way up in the stars
Swirling ‘round tonight
Heaven knows the future’s ours
Way up in the stars

How far little ship
Sailing over the waves
By the light of the Milky Way
How far
Little ship

How far little moon
Peakin’ over the roof
And the chimney tops all red
Little moon
Little moon

Way up in the stars
Swirling ‘round tonight
Heaven knows the future’s ours
Way up in the stars
Way up in the stars
Way up in the stars

Little moon little moon
Little moon little moon

Grant Lee Phillips – Little Moon

Massimiliano Spada

…quando cala la sera, accende l’altra metà del sigaro che gli ha tenuto compagnia la notte passata e si sente assalire dai ricordi, dai fantasmi del passato e dal meraviglioso mistero dell’amore. Quello è il momento in cui i pensieri che ha cercato di seminare durante il giorno lo raggiungono, a cavallo di una melodia, per ricordargli che ha fatto una scelta che avrà sempre delle conseguenze, fino all’ultimo kilometro, all’ultimo passo, fino al suo ultimo respiro.

JAM – Viaggio nella musica. Massimiliano Spada recensisce John Hiatt.

The Painter

The painter stood
Before her work
She looked around every where
She saw the pictures and she painted them
She picked the colors from the air

Green to green
Red to red
Yellow to yellow
In the light
Black to black
When the evening comes
Blue to blue
In the night

It’s a long road
Behind me
It’s a long road
Ahead

If you follow every dream
You might get lost
If you follow every dream
You might
Get
Lost.

She towed the line
She held her end up
She did the work of too many
But in the end
She fell down
Before she got up again

I keep my friends eternally
We leave our tracks in the sound
Some of them are with me now
Some of them can’t be found

It’s a long road behind me
And I miss you now

If you follow every dream
You might get lost
If you follow every dream
You might
Get
Lost.

Joseph Ratzinger

Non si dica più ha mentito, è umano; ha rubato, è umano, questo non è il vero essere umani. Essere umani vuol dire esseri generosi, volere la giustizia, la prudenza, la saggezza, essere a immagine di Dio.

Mannara

… I miei cani mangiano quello che trovano in giro. Ma smettetela di lamentarvi. C’è chi ha anche meno di voi. Siete impauriti, rintanati, imbalsamati, sembra che vi abbiano portato via il mondo. Il mondo è sempre lì, è vostro.

Datevi da fare, o i miei cani mangeranno le vostre carogne.

(Tratto da “Pane e tempesta” di Stefano Benni)

Renzo Rosso

Le persone intelligenti vedono le cose per come sono, gli stupidi per come potrebbero essere. Guardiamo i nostri politici: ognuno pensa solo a scaldare la sedia.

Guardiamo il governo e l’opposizione: possibile che uno faccia una cosa e l’altro sappia solo urlargli contro? Mai che uno porti avanti un’idea e l’altro critichi, proponendo però una soluzione alternativa.

Siamo in mano a persone che non sanno neppure cos’è la tecnologia e pretendono di fare leggi per i nostri figli.

Il lettore “alternativo”

Qualche tempo fa, con l’arrivo dei primi lettori MP3, dell’iPod in particolare storsi il naso, parecchio. Memore di un periodo in cui la musica la si ascoltava solo dal “Thorens” dalla fisicità consolidata e comodi in poltrona alla moda del pensionato, non mi garbava affatto questa sorta di popolarizzazione estrema del messaggio. La portabilità dal gusto poco “professionale” mi infastidiva.

L’idea era quella del dilettantismo diffuso, tutti ascoltavano tutto (odore di spocchia) in qualsiasi posto, decontestualizzando il grado artistico dei molti generi musicali. Mozart in metro, Davis al centro commerciale, i miti della West Coast tra le vie del centro davanti ad uno store di Dolce & Gabbana. Come a voler sottolineare che il “vero intenditore” se la tira un po’ se vogliamo, se ne sta da solo, o a gruppi di pochissimi intimi, seduto in poltrona, con la pipa in bocca e il mezzo bicchiere di Cognac sul tavolino portando allo stato di feticismo album musicali e mezzi con cui fruirne, una bestia rara. Ad essere sincero, questa immagine ce l’ho dentro, sono cresciuto con questa figura stereotipata dell’appassionato di musica, probabilmente cadendo in fallo. Ma anche no.

Bill Evans al Bennet tra le vetrine di Carpisa e Casanova? John Cale mentre si fa il biglietto per il derby milanese?

No, non è questo il metodo, il parametro. Anzi non c’è nessun metodo e nessun parametro, e nessuno da valutare in base a cosa ascolta mentre fa cosa. Tutti continueranno ad ascoltare ciò che più gli aggrada, da Lady Gaga alle sinfonie di Boccherini, dalle architetture di Coltrane a David Guetta, nel posto in cui piace loro farlo e nel momento a loro più consono. Non cambia nulla, iPod o no, mania del melomane impegnato o meno.

Arrivo al dunque. L’iPhone, col suo lettore integrato, suona bene. E non solo in cuffia, ma anche quando collegato ad un impianto stereo dalle buone caratteristiche sonore con un semplicissimo cavo Belkin sfrutta la sua sezione D/A per riversare in un preampificatore il flusso analogico a me tanto caro. Non siamo ovviamente a livelli di macchine di svariate migliaia di euro, ma per un ascoltatore medio quale mi ritengo fa assolutamente il suo dovere in modo più che dignitoso. Oltre ad essere in grado di eseguire egregiamente decine di altri compiti lontanissimi dalla cultura musicale. Aspetto quest’ultimo da non sottovalutare, ciò che di primo acchito potrebbe sembrare un prezzo di acquisto proibitivo e riservato a pochi, si rivela dopo un attenta valutazione una cifra tutto sommato adeguata a quanto offre l’oggetto se messo nelle condizioni di “esprimersi” al meglio.

Il feel inoltre è molto buono, lo sfogliare gli album “virtuali” sul piccolo schermo touch non ha sicuramente l’impatto che può avere il prenderli in mano uno per uno dalla propria discoteca, ma mi piace, i pezzi partono passandogli sopra un dito, quasi accarezzandoli (riviene fuori l’idea feticista). Lontano anni luce dall’odore delle copertine degli album citate nel post precedente (un pò di sana autoreferenziazione), distaccato e freddo in qualche misura, ma comodo e pratico come non avrei mai immaginato.

Lo ritengo una buona idea, schiavitù del marchio a parte, e lungi da me il pensiero di essere “i più fichi” perché si possiedono oggetti con la mela morsicata, dietro.

Un difetto? L’acquistare musica in questo modo può prendere la mano, per uno come me potrebbe essere la slot machine ante litteram.

Erano anni…

… che non andavo più in città per comprar dischi. In passato era proprio un delizioso evento, il sabato mattina con i pochi risparmi in tasca “passeggiar per le vie del centro”.

Ma più in là ancora, indietro nel tempo, quand’ero militare a Gorizia e tornavo per i due giorni di licenza quindicinali in quanto cuoco. Lassù non spendevo nemmeno una lira, una vita a momenti quasi di clausura, morigeratissima, monacale, mi concedevo giusto il caffè dopo pranzo, niente alcool, niente fumo (in tutti i sensi, si sa com’è da militare) e stop. La miserissima diaria la mettevo da parte per la discoteca, per il mio ripiano in multistrato nella mia cameretta. Il tavolaccio in legno finto che faceva da “portadischi”, c’erano ancora e solo i vinile.

Il sabato di licenza però la diaria la pestavo via tutta: rock, blues, i primi approcci al jazz. C’era allora un negoziato in via Moretto, Salmoiraghi, gestito due signore anzianissime a cui così a occhio non gli davi un bottone.

Entravi in quel negozio odorante di copertine e vinile, gli chiedevi il bootleg di Frank Zappa registrato nella tal cantina e in men che non si dica te lo piazzavano sul bancone. Due meraviglie di donne, le adoravo, tanto quanto loro adoravano me che col piccolo gruzzoletto facevo loro la visita quantomeno mensile.

Oggi ci ho riprovato. Cambiata epoca, cambiato il supporto (ormai vicino alla pensione anch’esso con l’arrivo della musica “liquida”), ma la passione sembra essere ancora quella, se non alla scoperta… alla riscoperta. Ora è tutto scintillante, Brescia è quasi impraticabile, un traffico a dir poco allucinante, il parcheggio te lo trova un povero cristo di extracomunitario che si è sostituito alla macchinetta che rilascia il tagliando del parcheggio (questa mi era nuova).

“Vai capo” mi dice, dai qualcosa a me che qui stai tranquillo, mi ha ricordato che è Natale e ha insistito col fatto di lasciar lì l’auto senza pericolo di multa… o altro… sarà.

Al vecchio Salmoiraghi è subentrata la sgargiantissima Feltrinelli, molto più luminosa e concettuale, ma senza ombra di dubbio meno dotata, parlando di musica. Alla fine ho fatto i miei acquisti, scegliendo con calma e con Serena dietro a ricordarmi del caldo tropicale del secondo piano.

Tutte super offerte ovviamente, ma di discreta qualità, che stasera mi terranno sicuramente compagnia.

Papi, esiste davvero Santa Lucia?

Sono stato ispirato da un articolo di Andrea Beggi, in cui parla di certe emozioni paterne, rispetto a certi momenti, a certe intimità, che nascono tra noi e i nostri figli.

Lui racconta della notte di Natale, io vi racconto da bresciano, di Santa Lucia.

Si dice infatti che la notte del 13 dicembre la santa dei bambini, buoni, passi casa per casa col suo asinello per lasciare a ciascun piccolino i giochi che ha richiesto con la sua letterina. I bimbi devono essere ovviamente a letto, non la devono assolutamente vedere, lei potrebbe infatti buttar loro la cenere negli occhi e scappare via senza lasciar nessun dono. Qualcuno prepara del fieno per il suo asinello accanto alla porta o sotto la finestra.

Da qualche anno ormai, mia moglie ed io, eravamo fedeli alla procedura. Aspettavamo che la piccola si addormentasse e partivano i preparativi: stradina di caramelle dai piedi del letto al salotto (gli anni portavano le variazioni sulle curve i rettilinei ecc.), fino ad arrivare alla stanza del malloppo, lì si trovava il vero “core” del giorno di Santa Lucia, più qualcosina, qualche piccola golosità sul tavolo della cucina.

Era una sera quella di Santa Lucia, che ci portava indietro nel tempo, a quando i nostri genitori a loro volta, si inventavano (forse con meno mezzi e con più fantasia) lo stesso copione, per portare felicità e sorpresa nei nostri occhi nella giornata che per noi bimbi era la più speciale dell’anno. Si cominciava a sentire un paio di settimane prima il campanellino suonare giù in cortile o nella strada del paese, nonni o vicini collaboravano vivamente all’evento, tirando fuori dall’armadio ai primi di dicembre il sonoro richiamo che preparava a quella notte.

Ci raccontavano infatti che fosse lei a suonare quel campanello, lei in giro per verificare che tutto procedesse bene, che le promesse e gli impegni dei piccoli fossero onorati e ottemperati. In caso contrario il risultato potrebbe essere stato nefando e Santa Lucia non avrebbe lasciato nessun dono al piccolo ribelle, ma solo dei pezzi di carbone.

Finché venne un giorno…

Una domenica sera, Serena aveva ormai 8/9 anni, una di quelle domeniche che si tornava dalla città verso ora di cena dopo la gita pomeridiana. Ci fermammo alla Niga, ristorante noto nella bassa, per deliziarci con qualche specialità bresciana. Era ormai qualche giorno che la piccola girava intorno alla faccenda: “papi ma Santa Lucia esiste davvero? Mamma, ma come fa Santa Lucia a girare per tutte le case in una notte con l’asinello? Perché le mie amiche mi hanno detto che Santa Lucia siete voi?” Era ormai chiaro che la foglia fosse stata mangiata.

L’età c’era, la scoperta mediamente viene fatta da quelle parti lì, terza/quarta elementare, anche confrontandosi coi coetanei ogni giorno a scuola. Mia moglie ed io ci guardammo e decidemmo con un paio di sguardi di svelare il segreto. Serena stava mangiando con gran gusto un bel piatto di casoncelli bresciani e noi confessammo. Ricordo della sua delusione, nonostante fosse ormai quasi certa del giocoso e magico “inganno” cominciò a singhiozzare, e mangiava… e lacrimava e mangiava povera stellina. Come dire “buoni i casoncelli però era meglio se Santa Lucia esistesse sul serio”. Come un passaggio epocale, dal gioco, dal mistero che tutti i bimbi cercano nel proprio cuore e in quello di chi gli sta accanto… alla cruda realtà di noi temerari e pragmatici adulti.

La delusione fu di tutti e tre, ci ragionammo sopra, convenendo alla fine che lei questo piccolo mistero, lo poteva portare con se fin che volesse, incurante di ciò che avrebbero pensato compagni e amici più grandi. Per lei Santa Lucia sarebbe tornata, ancora, ogni 13 dicembre.

Arturo Benedetti Michelangeli

Essere un pianista e un musicista non è una professione. È una filosofia, uno stile di vita che non può basarsi né sulle buone intenzioni né sul talento naturale. Bisogna avere prima di tutto uno spirito di sacrificio inimmaginabile

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